Lectio tertia pars prima – Il sostantivo

19 marzo 2009 di  
Categorie: Corso di latino di Atticus e Alter, Didattica

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Eccomi di ritorno fanciulli. Riprendiamo la lezione. E voi laggiù, basta cercare l’articolo sotto i banchi, non avete capito che stavo scherzando?

(Brutto ipocrita…)

Assistente, la smetta di mugugnare. Dunque plebe, oggi parleremo dei sostantivi latini. Cosa dicono gli appunti dello zio prete al proposito? Legga legga assistente che io ascolto.

Dice lo zio che ogni nome latino è connotato da tre elementi, il numero, il genere e il caso.

O bella! E che significa tutto ciò? Mi vuole spaventare i neofiti con questi termini? Faccia un esempio.

Beh, numero vuol semplicemente dire singolare o plurale . Come in italiano un nome latino può essere singolare o plurale ( “il cane” e “i cani”) , oppure solo singolare (“il latte”, “la calma”) o solo plurale (“Le redini”, “le nozze”). Come in italiano anche in latino alcuni nomi cambiano di significato dal singolare al plurale come “Ceppo” e “Ceppi”. Come in italiano, anche in latino alcuni nomi cambiano di genere dal singolare al plurale, come “Braccio” e “Braccia”.

Mumble, vada avanti.

Genere significa che un nome latino può essere maschile, femminile o neutro, genere quest’ultimo che in italiano non c’è più. In breve, mentre il latino usa il maschile e il femminile più o meno come l’italiano, il neutro viene usato principalmente per dare un nome alle cose inanimate, anche se lo zio dice che la ripartizione non è poi così rigida perché molti nomi di cose che a rigore dovrebbero essere neutri sono considerati maschili o femminili; inoltre spesso il genere di un nome in italiano è diverso da quello che lo stesso nome aveva in latino. Il genere di appartenenza di un sostantivo è comunque una informazione che il vocabolario fornisce sempre.

Va bene, va bene, non sottilizziamo; cerchiamo di dare una visione di insieme a chi non ha mai sentito parlare di latino. Le particolarità a dopo. Ci parli del caso adesso. (Ma che sta succhiando quel giovanotto laggiù con tanta passione? Cozze? Di mattina??)

Il caso, o per meglio dire i casi, nascono dalla capacità del latino di modificare un nome per ottenere, con una sola parola, lo stesso risultato che noi otteniamo in italiano anteponendo al nome stesso l’articolo o una preposizione. Per farla breve immaginati per adesso ogni nome latino come se fosse composto di due parti, una parte fissa e una parte finale variabile chiamata desinenza; i casi non sono altro che le diverse combinazioni che ottengo attaccando alla parte fissa del nome le desinenze.

Faccia un esempio.

Prendiamo il nome Ventus che vuol dire “Vento”. In latino posso declinarlo (cioè modificarlo attaccandoci le desinenze) in questo modo:

Singolare:

  • vent-us, il vento
  • vent-i, del vento
  • vent-o, al vento
  • vent-um, il vento
  • vent-e, o vento
  • vent-o, dal vento

Plurale:

  • vent-i, i venti
  • vent-orum, dei venti
  • vent-is, ai venti
  • vent-os, i venti
  • vent-i, o venti
  • vent-is, dai venti

Come vedi c’è una parte fissa che non cambia e una parte variabile, la desinenza, che, unita alla parte fissa origina i vari casi. Capito il meccanismo?

Più o meno; e quante desinenze ho a disposizione per modificare un nome?

Sei per il singolare e sei per il plurale, che formano i casi Nominativo, Genitivo, Dativo, Accusativo, Vocativo e Ablativo.

Scusa, ma se ogni nome possiede sei desinenze per il singolare e sei per il plurale quante desinenze ci sono in tutto? Una esagerazione! I nomi sono tantissimi. (Ma guarda quello come mi ha riempito tutto il pavimento di gusci vuoti!)

No caro; nonostante che i nomi siano moltissimi, sono possibili solo cinque gruppi di desinenze fra le quali scegliere. Per questo si parla di cinque declinazioni, come fossero cinque grandi famiglie alle quali appartengono tutti i nomi latini. Chiaro?

E come faccio allora a capire se un nome latino appartiene ad una declinazione o ad un’altra?

Si va a guardare la desinenza del suo genitivo singolare. Tutti i nomi che fanno parte della stessa declinazione al genitivo singolare hanno la stessa desinenza. Ecco una tabella riepilogativa:

  • 1 declinazione: gen. sing. -ae
  • 2 declinazione: gen. sing. -i
  • 3 declinazione: gen. sing. -is
  • 4 declinazione: gen. sing. -us
  • 5 declinazione: gen. sing. -ei

Naturalmente anche questa informazione è sempre presente nel vocabolario.

Mumble, allora, per riepilogare, quando in un testo latino trovo un nome, per poterlo tradurre devo prima stabilire se è singolare o plurale, se è maschile femminile o neutro, e in che caso è espresso, Nominativo Accusativo o altro.
Bah, il nostro neofita sarà sicuramente in preda alle visioni mistiche. Vediamo di semplificargli un po’ la vita. Passami la mia borsa.

Ecco.

Dunque… ma dove diavolo l’ho messo? Fogli, fatture, papiri… ah trovato. Assistente, attacca questo foglio al muro.

Che cos’è?

Una tabella tratta dagli appunti del mio antenato Atticus il giovane l’autodidatta.

E chi era costui?

Frontespizio de Il Lacciuolo

Frontespizio de Il Lacciuolo

Il nipote di Atticus il vecchio per parte di madre. Fin da fanciullo mostrò uno straordinario interesse per il mondo antico. Saputo che i Romani amavano il circo, lui, che adorava pagliacci e giocolieri, decise che da grande avrebbe fatto il classico e, al termine delle medie, diede corso ai suoi propositi. Trascorsero così sei mesi, durante i quali si esercitò ogni giorno per ore intere mettendosi in posa davanti allo specchio per imitare il Discobolo di Mirone, la Nike di Samotracia e il Laocoonte (che mimava alla perfezione utilizzando la canna per annaffiare il giardino al posto del serpente). Un amico di famiglia, di passaggio per puro caso da quelle parti, notata la cosa, gli spiegò con delicatezza che “fare il classico” era locuzione riferita banalmente al frequentare una scuola pubblica chiamata liceo. Accortosi con raccapriccio dell’errore il povero giovane cercò allora di recuperare il tempo perduto studiando da autodidatta. Folgorato dalla lettura del famoso trattato autobiografico di Giovanbattista Piedidolci (aiuto maggiordomo di Vittorio Alfieri) “Il lacciuolo, ovvero sull’arte del legare gli umbilichi agli infanti, i nobilhuomini alle suppellettili et li salami alle travi” ( Editrice “Il capestro”), cercò di imitare la tecnica dell’illustre studioso facendosi legare strettamente al frigorifero di casa. Purtroppo la famiglia, indipendentemente dai promettenti risultati acquisiti dal fanciullo, constatando una preoccupante fuga di cibarie dall’elettrodomestico, decise di fargli interrompere immediatamente gli studi troncando così sul nascere una promettente carriera…

Basta, basta, non andare oltre. Te la appendo subito. Ecco!

Tabella Sostantivo

Si prosegua dunque. Cari allievi, come vedete, detta tabella compendia quanto abbiamo fin qui spiegato e riassume, per ogni declinazione (in verticale) e per ogni caso (in orizzontale), le relative desinenze di riferimento in modo che, chiunque si trovi a palleggiarsi fra le mani un nome latino, possa, confrontandone la desinenza, identificarne agevolmente caso e declinazione e risalire, se necessario, a mo’ di salmone fino al suo nominativo per andare poi a ricercarselo con calma sul dizionario… Sì, perché dovete sapere che nel vocabolario i nomi latini sono sempre espressi al nominativo singolare.

Più la desinenza del genitivo perchè si possa riconoscerne la declinazione di appartenenza.

Proprio così. Bene, cari allievi! Adesso, prima di spiegarvi cosa ci facciamo con il nominativo, il genitivo e gli altri casi, un po’ di esercizio sui nomi. Io ve ne indicherò qualcuno e voi, aiutandovi con la tabella, cercate di scoprire a quale caso e a quale declinazione appartiene; risalite se occorre al suo nominativo, cercatelo sul dizionario e traducetelo in italiano onde cominciare ad acquisire un po’ di familiarità con il lessico. Oh, roba facile facile eh, non vi impressionate.

Guarda che i ragazzi non ce l’hanno il dizionario.

Ma come non ce l’hanno!! Ma questo è uno scandalo, una vergogna! Non si può mica andare avanti così! Lo sai che faccio? Faccio un salto di là e gliene vado a cercare uno io. Voialtri aspettatemi qui e non fate confusione chiaro? E lei là in fondo giovanotto, sì, proprio lei, la smetta una buona volta di riempirmi la classe di gusci di cozze!

Ma dove stai andando?

Nel mio ufficio. Voi fate ricreazione nel frattempo. Io torno subito.

Mah!

Commenti

9 Commenti a “Lectio tertia pars prima – Il sostantivo”
  1. Peppone ha detto:

    Oddio, le declinazioni! Una volta mio padre, volendo spiegarmi come si declinasse un nome di prima, cominciò con la litania “rosa-rosae…” E arrivò mia mamma incavolata rispondendogli “E finiscila, scemo, dammi il tempo d’arrivare!”

    Pst! Ivan…IVAN! Hai del prezzemolo tra i denti! Ma dico, ha ragione il prof: almeno i gusci non lasciamoli in terra! Ma fa’ un po’ assaggiare…Buone oh…un po’ di sughetto…Ottime!

    (Con la bocca piena) Prof., ma in base al suo schema, Manfano di che declinazione è? :-O

    • Dionisius ha detto:

      Ho del prezzemolo? Per Ercole, passami il filo interdentale!

      Dopo poco…

      Ecco, adesso si ragiona; per l’intervallo ho portato la casseoula
      (verze, carote, carne trita, salsicce e costine, il tutto cotto in abbondante salsa di pomodoro). Se ne vuoi non fare complimenti: ne ho portati 2 kg: facciamo uno a testa? Giusto per ringraziare delle cozze…

  2. Atticus ha detto:

    Mio caro ragazzo, in italiano non ci sono declinazioni. 😛 😛

  3. Peppone ha detto:

    Ma prof, quando citavo la parola “Manfano” mi riferivo a quella come è scritta nell’epigrafe!

  4. Atticus ha detto:

    Ah,oh,uh, ehm, già, la dannata epigrafe! Vediamo dunque cosa si può fare. Alter…i miei occhiali. Mumble, vediamo un po’……Manfano….Manfanoooo….bah, proviamo a cercarlo nel vocabolario.

    Non c’è!

    Manfano?

    No, il vocabolario.

    Accidenti. Mi dimentico sempre che non ce l’abbiamo. Eppure da qualche parte ne avevo uno! Adesso tiro giù quel baule da sopra l’armadio….

    E la risposta al signorino Peppone?

    Ci penso io. Tu intanto vammi a prendere la scala.

    Allora signorino Peppone, desinenze che finiscono in “anfano” non ce ne sono nella tabella, e nemmeno che finiscono in “nfano”; men che meno in “fano”….( stai a vedere che questa storia delle desinenze di Manfano è come quella dell’articolo!). Continuiamo…..desinenze in “ano” …no via….lasciamo perdere, restano “no” e non c’è neppure quella (lo dicevo io)…e per finire “o” e questa …toh! C’è!!

    Favoloso! Lo dicevo che il mio metodo funziona, visto signorino Peppone? Pare che siamo dalle parti della seconda declinazione.

    Però potrebbe anche essere un nominativo della terza declinazione. Dopotutto nella tabella c’è scritto “vario” e dentro “vario” ci potrebbe stare anche Manfano.

    Oibò, e ora? Lo dicevo io che qualcosa sotto ci doveva essere. Accidenti a questa organizzazione. Se avessi avuto il vocabolario a disposizione avrei risolto il problema in quattro e quattr’otto.

    Si, e come?

    Facile, se Manfano è un nominativo sul vocabolario ci deve essere. Ah, ma adesso ci penso io. Passami quella scala. E lei signorino Peppone abbia pazienza, faccia spazio, con permesso,……. 😛

    • sempronia ha detto:

      Potrebbe essere Manfano, Manfanonis…
      O no?

      • Atticus ha detto:

        Mumble…teoricamente…..potrebbe si….ma…..ma ( aspetta che metta le mani su quel maledetto vocabolario e poi te li tolgo io i dubbi fanciulla giocherellona)…ehm un attimo signorina, abbia pazienza. E tu, forza con quella scala; appoggiala all’armadio e tienimela ferma mentre salgo che altrimenti non ci arrivo al baule. 😛 😛

  5. Atticus ha detto:

    PS. errata corrige per Sulpicia.

    Sì, e come? 🙂

  6. francesco ha detto:

    scusate, ma le soluzioni degli esercizi dove lu trovo?

E tu cosa ne pensi?

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